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Lucciole, rivolta contro i sindaci
22 agosto 2008
Francesca Forleo Simone Schiaffino
Nella prostituzione le donne sono vittime e non criminali. Rifondazione comunista di Genova interviene sull’ordinanza allo studio dell’assessore alla Città Francesco Scidone che prevede che le prostitute, da settembre, non potranno più esercitare la professione nei «bassi» dei vicoli del centro storico. «Eravamo insieme ad altre associazioni - si legge in una nota firmata dal segretario provinciale di Paolo Scarabelli e dal capogruppo della Sinistra Europea Antonio Bruno - a denunciare lo sfruttamento delle donne da parte di gruppi criminali e mafiosi, compreso l’uso criminale d’affittare in nero i bassi del centro storico a migranti». La soluzione, secondo i vertici del partito, starebbe nella riapertura delle case chiuse. «Consigliamo all’assessore Scidone - proseguono - di leggersi bene la legge Merlin: basterebbe applicarla».
È la controffensiva delle lavoratrici del sesso. Il Governo imprime un giro di vite sulla prostituzione? E la risposta, dal capoluogo ligure, è una manifestazione di piazza. «A settembre scatta l’ordinanza del sindaco Vincenzi - dice Penelope, dai caruggi della città antica - e noi, per quella data, scenderemo in strada, con un corteo nei vicoli e una simbolica mascherina sul viso. A pretendere di poter uscire allo scoperto e lavorare alla luce del sole. Contro un provvedimento bigotto, che non risolve il problema. Al più lo sposta».
Non è l’unica voce di rivolta contro le ordinanze dei “sindaci sceriffi”. Anche da Chiavari il coro di protesta delle passeggiatrici notturne, attive sulla via Aurelia, è monocorde. Il ritornello? «Non riuscirete mai a mandarci via da qui, nonostante le multe. Che male facciamo con il nostro lavoro?». È la reazione delle lucciole. La reazione di donne di vita, ormai al 90 per cento straniere. Ma non tutte sfruttate. Molte di loro sono a tutti gli effetti cittadine italiane, e a volte anche proprietarie di un appartamento. Almeno nel centro storico di Genova, nei pressi di quella via del Campo cantata da Fabrizio De André. Circostanze che consentono, alle imprenditrici a luci rosse, una libertà di azione finora inviolata.
Finora. Perché il provvedimento a firma del ministro Maroni (decreto legge 112 del 2008) promette, con la sua entrata in vigore, strumenti più efficaci per contrastare il fenomeno.
Il giro di vite si concretizza a Genova con la chiusura coatta dei “bassi”, locali a piano strada che un tempo ospitavano magazzini e oggi sono alcove. La chiusura avverrà senza preavviso e, soprattutto, con l’unica motivazione di «esercizio della prostituzione» o di «attività contrarie al mantenimento della sicurezza urbana e della civile convivenza con il vicinato». A Chiavari invece l’allontamento delle lucciole dalla strada è stato realizzato con un sistema di multe: non solo ai clienti ma alle stesse ragazze ai margini della carreggiata.
Penelope, colombiana, batte nella zona delle Vigne, a Genova: 54 anni, ottimamente portati seno ipertrofico («Tutto naturale», tiene a precisare) e un vestitino che, appallottolato, starebbe nel pugno di una mano. «Io abito qui», racconta. «Non ce la faranno mai a mandarmi via. Come non sono riusciti a togliermi mio figlio: ora studia al college in California, grazie ai soldi che guadagno col mio lavoro». Con un gesto consumato, la donna tira su il bordo del vestito di maglia sottile. «Vengono tanti anziani da me - dice -. Pensionati, vedovi, gente sola: siamo le uniche, noi dei centro storico, che con 20 euro li fanno un po’ “giocare”. Svolgiamo...» (si ferma, e cerca nella mente un termine in italiano). «Ecco, svolgiamo un “servizio sociale”. Ai miei abituali clienti anziani io faccio un po’ di sconto. So che la loro pensione è quella che è».
Anche Ana Luz, collega di Penelope, scende verso l’estremità del vicolo: ha capito cosa fa quella persona col taccuino in mano, che parla con la giunonica (quanto lei) colombiana. «Periodista? («Si, sono un giornalista»). Ti dico io una cosa. Noi le tasse le vogliamo pagare. Vogliamo essere lavoratrici “normali” capisci?». Penelope, che nei bui camminamenti dei vicoli è la persona che più assomiglia ad una sindacalista della categoria, le toglie la parola e chiude: «Noi non ci vergogniamo di quello che è il lavoro di strada. Però il mio vero nome, non scriverlo»
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Il vicepresidente della Provincia:«Chiudere i bassi è pura immagine»
22 agosto 2008|
Donata Bonometti
Il Comune cerca uno strumento giuridico, all’interno del pacchetto sicurezza, per colpire la prostituzione in strada e intanto rinforza l’offensiva contro i bassi del centro storico, utilizzando le armi più appuntite dello stesso decreto Maroni. Ma altri enti locali, su questo fronte, rispondono con una raffica di perplessità.
Ecco Marina Dondero, vicepresidente della Provincia, che non usa mezze parole: «Si tratta di una operazione di facciata. Così si sposta il problema e non lo si affronta. Certo migliorerà il decoro di un territorio ma il rischio è di colpire la prostituzione che dà visivamente più fastidio, quella su strada e nei bassi, quindi la più debole, favorendo e potenziando quella, diciamo così, più attrezzata, che si sviluppa nelle case più organizzate. Dove peraltro spesso non ci sono problemi di permesso di soggiorno perché di prostitute italiane si tratta. A disposizione anche di gente importante». Insomma il racket non si fa intimidire «da una operazione suggerita dal governo sull’onda ipocrita... capisco i problemi dei sindaci ma non serve a niente»
La Provincia è entrata da poco a far parte del Coordinamento Nazionale Enti Locali contro la Tratta («e non tutti vi hanno aderito», ci tiene a precisare Dondero) e soprattutto da anni svolge un lavoro costante, e vincente, sul territorio con le unità di strada che hanno sottratto quasi cinquecento donne al racket. «Una sperimentazione all’avanguardia in Italia e che prosegue, spiega la vicepresidente della Provincia, con l’istituzione di un coordinamento fra enti locali, prefettura, forze dell’ordine. Ragion per cui stiamo organizzando corsi di formazione per imparare ad avvicinare il mondo della prostituzione a capire se si tratta di prostituzione volontaria oppure no, per capire come intervenire, secondo l’articolo 18, per aiutarle in un percorso di uscita...». Questi progetti non collimano con l’ipotesi di una chiusura tout court dei bassi, con interventi più drastici.
A Tursi l’assessore alla sicurezza Francesco Scidone difende l’ordinanza sui bassi e ribadisce: «Ho dato mandato all’avvocatura del Comune anche per capire se giuridicamente regge il provvedimento adottato da altre città dove vengono multati sia i clienti che le prostitute per strada».
È invece favorevole all’applicazione “genovese” del pacchetto sicurezza governativo, il primo dirigente del commissariato Centro di piazza Matteotti Cosimo Cavalera. Il quale ricorda che recentemente i suoi uomini sono stati impegnati in decine di ispezioni nei bassi del centro storico «che sono magazzini ma hanno permanenza abitativa. Quindi la variazione della destinazione d’uso è evidente».
Rilevando motivi igienico sanitari, o di sicurezza, le forze dell’ordine del commissariato centro sono riuscite a sequestrare una quindicina di bassi, ad apporre sigilli per poi verificare le “giustificazioni” dei proprietari. Continua Cavalera: «Un sequestro in via preventiva appunto per variazione di destinazione d’uso. Sono scattati alcuni ricorsi, poca roba, la maggior parte dei proprietari, e nessuna delle prostitute in questi casi lo era, si è dissociata immediatamente, revocando subito i contratti d’affitto». La operazione, condotta insieme alla polizia municipale, ha fatto capire che di percorso accidentato si tratta «per questo - conclude Cavalera- ben vengano nuovi provvedimenti ma che siano ben studiati per evitare una strada erta di contenziosi».
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