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La tragedia  
Scarpino, la morte nel pozzo  
l´orribile fine dell´operaio Nino 
Stefano OrigoneLe speranze di salvarlo sono svanite subito:nel budello 80 gradi e niente ossigeno  
Le speranze di trovarlo vivo sono svanite dopo pochi minuti. Nino Emiliano Cassola, 33 anni, ha fatto una fine orribile: è morto asfissiato, cadendo in un pozzo per l´estrazione di biogas nella discarica di Scarpino. Abitava a Struppa, lavorava per una ditta di Rivoli in provincia di Torino, la Asja Ambiente Italia, che ha in appalto dall´Amiu i lavori per la trivellazione di cento pozzi e il recupero del gas prodotti dalla massa di rifiuti stoccati. Per le dimensioni del cunicolo, profondo diciotto metri e largo uno, il calore interno che sfiorava 80 gradi, l´assenza di ossigeno, il pericolo di esplosioni e crolli, i vigili del fuoco non si sono potuti calare all´interno per recuperare il corpo. Così hanno deciso di raggiungerlo creando accanto una voragine con le ruspe, sbancando migliaia di metri cubi di terra mista a spazzatura: un´operazione lunga, prevista fino alle prime luci dell´alba. Il sostituto procuratore Francesco Pinto ha sequestrato l´area, ha richiesto dei rilievi fotografici per avere un quadro dello stato dei luoghi, ma fino a ieri sera non aveva ancora aperto un fascicolo con un´ipotesi di reato in quanto, anche se non ci sono possibilità che Cassola sia sopravvissuto nella caduta, non era stata recuperata la salma. A prima vista - secondo il magistrato e i tecnici del settore sicurezza negli ambienti lavoro dell´Asl - non sarebbero state rispettate le norme di sicurezza in quanto l´operaio non era assicurato a un sostegno. Per non parlare delle condizioni in cui lavorava, in un´area grande come quattro campi da calcio dove l´aria per il gas che fuoriesce dai pozzi è irrespirabile e può far perdere i sensi. Erano le 16.06 quando è arrivata la chiamata al 118. Emiliano Cassola, che viveva in via passo chiuso Rosata con la madre, con altri due colleghi stava ultimando di posizionare nel pozzo il terzo e ultimo pezzo di un tubo di spurgo per estrarre il gas metano. Un quarto operaio era ai comandi della carotatrice, il macchinario utilizzato per forare il terreno. Proprio mentre stava allineando la "canna" (così viene chiamato il tubo), è rimasto agganciato a un giunto, ha perso l´equilibrio e il peso lo ha trascinato nel pozzo. Sul luogo dell´incidente, oltre ai carabinieri sono intervenute diverse squadre dei pompieri, tra cui quelle specializzate Saf (per il soccorso speleo-alpinistico-fluviale) e Nbcr (per gli interventi in luoghi contaminati). È stata subito calata una telecamera per individuare il corpo. «Abbiamo capito che era a circa 15 metri - racconta il capo squadra Mauro Cocito - calando una corda perché la visibilità era nulla». Già a una profondità di due metri, le sonde dell´esplosimetro misuravano l´assenza di ossigeno ed alte concentrazioni di anidride carbonica ed altri gas venefici. «Era assolutamente impensabile calare un soccorritore con una tuta stagna in grado di resistere al calore e la bombola d´ossigeno. Innanzitutto perché non poteva entrare nel buco con l´attrezzatura perché lo spazio era troppo ridotto. Poi perché c´erano quasi 80 gradi e a causa delle fermentazione dei rifiuti abbiamo rilevato un´altra concentrazione di gas metano con il conseguente pericolo di esplosione». Per recuperare il corpo è stato impossibile usare la tecnica utilizzata a Vermicino dello scavo parallelo. «Il tratto di tunnel doveva essere scavato in mezzo alla spazzatura con il pericolo di crolli». Dopo due ore, è stato quindi deciso di creare una voragine a fianco. «Alle nove di sera siamo riusciti a scendere di sei metri - spiega il capitano Nicola Melidonis, comandante della compagnia di Sampierdarena - ma del corpo non c´era traccia». Le ruspe hanno continuato a lavorare per ore e ore, creando una buca gigantesca, larga dieci metri. Un´attesa angosciante. «In quelle condizioni - concludono i pompieri - si riducono anche le possibilità di ritrovare un corpo».  
(03 ottobre 2008)
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